lunedì 11 gennaio 2016

Vi presento... Me.

Eccomi qua, in file e kbyte! La foto è stata scattata a Settembre scorso, in Sardegna, tra pecore e sale! E’ strano pensare a presentarsi in file e kbyte… In un passato non troppo remoto ci si presentava in carne e ossa, ma anche quelle possono dire poco lo stesso di una persona. Meglio sarebbe presentarsi in corpo e anima, ma credo che l’anima comunque filtri e si spanda in ogni cosa che facciamo e il terzo occhio allenato di chi lavora con gli umani la può percepire ugualmente e ovunque!
Mi chiamo Kátia Fitermann, sono la quinta di una cucciolata di 6 figli, concepiti credo in parte per passione e altra perché quando si è giovani c’è sempre un ovulo vacante ed un spermatozoi ultra veloce. Certo non è una idea molto romantica di come esserci venuti al mondo, ma piuttosto realistica sì!


Sono la più piccola nata della copia di genitori, ancora più o meno “felicemente” sposati (più felici ora di prima, sicuramente). Madre quasi atea, padre convertito dai crampi della fame al Dio Stato sotto la dittatura militare in Brasile. Entrambi bianchi, occhi e capelli chiarissimi, arrivati in una terra di negri per le vie matrigne di questo mondo di profughi e insediatisi sulle coltivazioni di canna da zucchero.
Mia madre è la secondogenita di genitori di antenati transoceanici che per sopravvivere al sole si riparavano continuamente con gli ombrelli. Mio nonno materno non ci ha mai detto da quale parte di mondo fosse fuggito. Occhi color ghiaccio, si era auto nominato "Miguel" e questo fu sufficiente. Mia nonna invece lo chiamava “Santo”, anche se lo descriveva un “diavolo” credo  per le sembianze fisiche con i santi di importazione provenienti dalla “cristianissima europa colonialista”. Mia nonna materna si chiamava Johana e aveva piccolissimi occhi verdi (bellissimi!),la buona abitudine di non parlare quasi mai e altra di dire cose taglienti e brevi, che colpivano il cuore (credo fosse la precursore di twitter)! L’ho vista piangere una sola volta in vita mia e quasi non ci potevo credere dato che mi aveva sempre detto che le sue lacrime si erano seccate sotto il sole torrido del nordest, insieme all’arido della sua anima! Era la mia grande amica e prima di morire mi ha confessato che non più mia nonna, era diventata mia figlia dopo che mi ero presa cura di lei, anche se troppo piccola per farlo… Mio nonno materno, invece, l’ho visto una sola volta quando ne avevo sei anni, nella stessa occasione in cui ho conosciuto lo zio di mio padre che di anni ne aveva ben 110 e riusciva ancora giocava con me e a raccontare la storia della famiglia. Ha pianto coi suoi occhi di ghiaccio delle lacrime cristalline come l’oceano che li tenera dentro custodite. Aveva abbandonato la nonna e i suoi due figli molti anni prima, quando mia madre ne aveva soltanto 2 anni di età e se n’era andato via con il fiume e i suoi segreti.
Mio padre invece, uno tra i primi dieci dei 26 figli che ne ha avuti mia nonna Bernardina, poteva definirsi un sopravvissuto! Uno tra i 9 rimasti in vita di tutta la cucciolata!
Mia nonna paterna non ho avuto il piacere di conoscerla. Era morta prima che nascessi, come muoiono i moscerini, senza rumore. Anche mio nonno, detto Olavo, se n'era andato con una processione silenziosa e riconoscenti del bene che aveva dedicato un poco a tutti.

Mentre mia madre sgambettava tra le canne da zucchero e gli schiavi liberi in quella terra di fuggiaschi dove è nata, mio padre faticava portandosi dietro, anche se ancora piccolo, l'asino che trasportava la sopravvivenza dell'intera famiglia da vendere oltre il fiume. Allora no conoscevano ancora l'esistenza l'uno dell'altro e neanche immaginavano la storia che avrebbero scritti insieme, storia dalla quale sono nata pure io, anche se la distanza tra loro non era molta e le somiglianze erano enormi, compreso quella di essere entrambi molto poveri.

I mei genitori si sono incontrati per la prima volta nella magica città di San Salvador di Bahia. Lei studentessa modello di intelligenza raffinata vendeva latte di mucca nel centro storico della città vecchia per garantirsi gli studi. Lui cercava di entrare a farne parte della Marina Militare, unico rifugio dei poveri ancora in salute, ma era sottopeso e ogni giorno si recava da lei per comprare il latte che, premurosamente, mia madre gli vendeva senza la giunta obbligatoria di acqua, che il titolare della latteria furbescamente le aveva ordinato di fare ogni mattina, giusto per aumentare la quantità della mercanzia e il suo proprio guadagno. A causa di questo amore, sottratto alla durezza della vita, un giorno si sono sposati con un piccolo regalo già in arrivo: Louis Alberto, il primogenito.
Sono cresciuta in una famiglia di bianchi, circondata da creoli di ogni dove. La casa dei miei era una sorta di centro di accoglienza permanente dei profughi oppure come si potrebbe definire oggi, migranti economici. Non ero in grado di capire le differenze di colore della pelle e ancor meno quelle derivate dai tratti somatici e credevo zia o zio chiunque ne restasse abbastanza per creare un legame affettivo. Giocavo con il mio triciclo sfidando l'angelo che aveva portato via precocemente e prima che nascessi il mio fratello preferito: colui che era rimasto bebè, Alberto. Sono cresciuta in fretta tra le storie magiche e l'allegria dei negri, i misteri e la pace perenne degli indigeni, il richiamo alla realtà e alla disciplina di mia madre e le fiabe raccontate a lume di lampione da mio padre quando spesso veniva a mancare la luce. In questo contesto, la figura silenziosa ma sempre presente e vigile di mia nonna materna era una carezza, un invito a guardarmi dentro e la certezza che lei e mia madre mi leggevano nel pensiero.
Ero molto vicina anche a mio padre, che da marinaio convinto e fedele alla nazione ormai sua dalla nascita, mi portava spesso con sé durante i viaggio in nave. Libertà immensa, poco o zero controllo, ma l'obbligo di saltare nell'oceano da qualsiasi altezza per non aver paura del mare, ma sì rispetto e umiltà dinnanzi ad esse. Nuotavo e mi immergevo nella acqua e nei misteri. Ero amica degli uomini in divisa, così bravi e gentili da non poter credere, se non con grande sofferenza, che quelle divise e alcuni di quelli uomini un giorno avrebbero potuto commettere crimini orrendi ad altri brasiliani, giovanissimi e pieni di amore per quella terra e la sua gente!
Sono nata sotto la tirannia dei militari. Quando ero ancora piccola, mio padre ha dovuto andare in esilio altrove perché accusato di infedeltà al governo. Mia madre, a me e ai miei fratelli aveva raccontato che papà era andato in Africa in missione di lavoro e per consolarmi aveva promesso che mi avrebbe portato una giraffa al suo ritorno. Amavo l'Africa e mio padre! Sognavo ad occhi aperti, sotto l'albero di guava che lanciava nell'aria un profumo intenso e insinuava ombre di animali sulla parete della nostra casa. In quelle ombre vedevo mio padre in groppa ad una giraffa immensa ed elegante che lo riportava a noi. Il giardino di casa e la vista sul prato e sulla casa era il mio rifugio di pace.
Sono entrata molto presto a scuola. Ho imparato a leggere con i miei fratelli e sorelle più grandi di me. Ero ambidestra nella scrittura e questo mi ha confuso in modo irrimediabile la nozione di destra e di sinistra. Scrivevo all'incontrario oppure dalla destra a sinistra. Non riesco ancora oggi a dire velocemente cosa sia a destra o a sinistra. Anche più tarde, già adolescenti, la mia visione politica di destra e sinistra sono state confuse, ma non per le difficoltà con la mia lateralità e bensì per motivi affettivi e di educazione, piuttosto!
Nonostante le difficoltà di forma, l'abilità e maturità della espressione scritta si era manifestata già in tenera età. Non so da cosa sia nato in me il desiderio di diventare giornalista, ma era stata la mia prima volontà espressa quando un giorno, ancora piccolina mi era stata fatta la domanda classica degli adulti: “ cosa vuoi fare da grande?” per lo stupore dei miei genitori.
Mio padre un giorno tornò dal suo esilio e come promesso mi ha portato una giraffa (di plastica). Da quel momento avevo imparato due cose nuove e determinanti per la vita: le promesse devono essere mantenute e non sempre ciò che si immagina corrisponderà a ciò che veramente accade!

Ho studiato tantissimo. Studiare era l'unica parola d'ordine a casa nostra! Potevi venir meno qualsiasi cosa, ma un bel voto a scuola era sempre premiato con un gesto di apprezzamento. Ho fatto il liceo scientifico e ho scoperto l'attrazione per l'elettronica! Tutti mi vedevano già come un ingegnere elettronico, genitori e professori compresi! Un giorno però ho avuto la fortuna di diventare allieva di un professore di elettronica che era padre di n cantante rock piuttosto conosciuto in Brasile e negli USA. Tra noi è nata una amicizia ed un affetto enorme perché mentre mi insegnava i calcoli dolorosi dell'elettronica, mi trasmetteva nel contempo la passione per la poesia. Penso che fu lui a ricordarmi quanto amavo le parole scritte! Non gli ho mai detto perché ha pianto quando ho deciso di fare concorso per l'università federale di Bahia avendo scelto la Facoltà di Comunicazione per imparare un nuovo mestiere. Per ironia del destino, ci siamo rivisti un giorno per il funerale di suo figlio. Lui distrutto dalla sofferenza, io inviata a fare la copertura dell'evento che scavalcava i confini del Brasile ed era diventato il più importante e spettacolare dalle cronache di tutti i giornali, radio e televisioni nazionali. Fedele alla sua amicizia, ho chiamato il redattore del giornale e ho rinunciato all'incarico giornalistico di quella giornata. Non l'ho tradito! Gli sono stata vicina per tutta la funzione funebre e poi a casa, tra parenti e artisti rock provenienti da ogni parte del mondo che si erano radunati intorno alla famiglia. La mia lealtà mi ha ricompensato dell'articolo più consistente e inedito sulla morte di Raul Seixas (così si chiamava l'artista), scritto su richiesta del mio amico professore per far conoscere ai suoi fans l'intimità del mito. Ho imparato che la rinuncia a qualcosa a nome della lealtà all'affetto è la forma migliore di essere coerenti con la nostra stessa umanità!
Finita l'università, tra i compagni giornalisti di Jorge Amado e le inchieste piuttosto rischiose sulla tratta degli esseri umani e lo sterminio di bambini in Brasile, avevo tracciato, senza saperlo, un filo immaginario e terribilmente appiccicoso nel quale sarei rimasta invischiata per la vita. Dopo molti lavori giornalistici con personaggi interessantissimi e qualche riconoscimento della imprensa baiana per le inchieste condotte anche a rischio della mia vita, sono approdata in Italia, dopo la Germania delle conferenze, la Francia dove ho studiato francese, e l'Olanda dei profughi sfuggiti alla Germania!

E dopo un breve saluto bagnato da un mare di lacrime in una sala vip dell'aeroporto di Salvador (regalo di una amica che lavorava per la compagnia aerea che mi ha portato via dal Brasile), con 120 kg di bagaglio contenenti macchina fotografica, un enorme apparecchio per sviluppare di fotografie, alcuni album fotografici, la tese di laurea in Giornalismo e il più prezioso ricordo della mia esistenza, mia figlia ancora piccolissima, sono arrivata in Italia nonostante la mia incapacità di distinguere la destra dalla sinistra nei corridoi obbligatori che portano a gli aerei. Sarà perché tutte le vie portano a Roma?! Preferisco pensare che sia stato il mio cuore innamorato a condurmi fino all'arrivo senza sbagliare la strada. I cuori, più degli occhi e ancor meglio di Google Maps, riescono sempre a trasportarci al punto giusto da arrivare!
Dicono le persone mie più care che non sono cambiata per niente e che ci sarà un qualche quadro nascosto che da qualche parte invecchia in tutti sensi al posto mio. Non lo so. Ormai da sempre sono rimasta accanto alla gente che conta ponto o niente, spesso incrociando la strada delle persone spettacolari e qualche volta anche fin troppo conosciute. Amici di ogni “taglia”, con trascorsi di vita incredibili! Alcuni troppo vip e appartenenti ad un mondo quasi di fiabe, altri ancor più brillanti che riescono a rischiarare le tenebre di quello che chiamiamo a volte, vita! Raccolgo le storie di ciascuno. Continuo ad essere una persona poco inquinata da ideologie assolute e non faccio distinzioni tra la miseria dei poveri a quella dei ricchi. Mi sento un raccoglitori, spesso perché i raccoglitori non scelgono cosa contenere o cosa rifiutare. Sarà quel senso di lealtà e la vita tra diversi che mi ha insegnato a non schierarmi contro qualcuno perché troppo ricco o troppo povero.

Ho imparato ad ascoltare i misteri della gente. A consolare amici troppo ricchi per essere felici o troppo poveri per sostenere una propria dignità in questo mondo.
Sono fatta di tolleranza, ancor prima che di carne e ossa e ne pago spesso il prezzo della mia materia prima! Sono troppo tenace e curiosa degli umani per rinunciare ad una amicizia. Nel contempo, però, non mi sento falsa con nessuno! Non sento la necessità di appartenere ad una casta. A volte neanche quella di sostenere il mio stare al mondo in un luogo preciso! Quando il contenitore della mia anima è pieno, scrivo per svuotarlo un poco. Scrivo per non essere soffocata dalle tante vite che rimangano latenti in me.

Al posto della giraffa vivente, ho trovato un cane! E' il mio cane e mi segue ovunque vada! Mia figlia nel frattempo è cresciuta. E' bellissima nell'anima e nel corpo. Un capolavoro troppo grandioso per portare soltanto la mia firma! E' cresciuta sapendo che la appartenevo per sempre, ma che è libera di vivere la sua storia di esistenza! Ci sentiamo quasi quotidianamente e sono fiera di lei, la mia pepita d'oro!
Questa è la mia storia. Non saprei raccontarla diversamente! Non potrei raccontarla in altro modo, almeno in questo momento! E se mi chiedono se sia felice preferisco rispondere che sono una eterna curiosa perché innamorata della vita, fiduciosa delle persone, amante dell'africa che porto dentro me e ancora troppo incuriosita e attratta dell'eleganza impossibile delle giraffe che a me, sono arrivate con il sapore e la magia delle “bugie salva innocenza”, un modo intelligente e creativo di amare!

11 Gennaio 2016 Katia Fitermann